Un fortunato e interessante incontro avvenuto tramite e per causa del Covid.

Ho conosciuto lo scrittore Michele Pilla tramite il contatto di Patrimonio Italiano TV con cui stiamo preparando un grande ed entusiasmante progetto per tutti voi.

Gli ho chiesto la disponibilità di una intervista per parlare dei suoi due primi libri e ne è uscita fuori una curiosa interessante chiacchierata:

  •   Ciao Mike! il primo pensiero alla visione dei due titoli è: come siamo passati dall’Irpinia a Londra?

Ciao Silvia! Grazie mille per questa splendida opportunità di parlare delle mie “creature letterarie”. Il passaggio da Irpinia a Londra è stato abbastanza fisiologico. Il mio primo romanzo, “Goodbye Irpinia”, è stato pubblicato nel 2019 ma in realtà iniziai a scriverlo molto, molto tempo prima (l’idea originale è del 1996!) Ero a Montaguto, il paese di origine di mio padre, e la prima stesura ebbe luogo proprio lì. “Londra fermata per l’inferno” è invece la cronaca di un viaggio che feci con due cari amici, Massimo Di Pasquale e Antonio Ricci.

 

  •   Cosa ha ispirato i tuoi libri “Goodbye Irpinia” e “Londra fermata per l’inferno”?

“Goodbye Irpinia” è un romanzo giovanile, ispirato da un fatto di cronaca, la frana di Montaguto che ha “isolato” il paese, e da alcune leggende del posto. È un romanzo che mescola fantasia e realtà, e di fatto è il primo paper novel al mondo. In pratica, nel libro c’è una parte narrativa e una parte giornalistica. Il confine tra fiction e fatti reali è molto sottile. “Londra fermata per l’inferno” nasce invece nel 2008, quando con i miei due amici Massimo e Antonio andammo in Inghilterra per un concerto. Avevamo un albergo a pochi passi da Heathrow e alla stazione metro di Hatton Cross incontrammo una ragazza che mi colpì tantissimo. Era mezzanotte inoltrata, e mi chiedevo cosa ci facesse lei lì, a quell’ora. Di quel viaggio scrissi un diario di oltre venti pagine: annotazioni, luoghi, incontri, emozioni. Da quel diario è nato questo libro, anch’esso un paper novel. C’è il romanzo e ci sono pagine di giornale che raccontano di alcuni inquietanti episodi avvenuti a Londra dal 1990…

 

  •   Come sei diventato scrittore?

Leggendo. Sembra banale, ma è così. I fumetti sono stati il mio primo amore, poi sono passato ai racconti e quindi ai romanzi. A otto anni ero innamorato perso di R.L. Stine (“Piccoli brividi”), poi iniziai con Conan Doyle e con i maestri dell’orrore, Lovecraft in testa. Subito dopo è arrivato il Maestro, o lo Zio: Stephen King. Anche le serie tv dell’epoca, “Twin Peaks” e “X-Files”, hanno avuto il loro peso. Il mio primo, vero inizio con la scrittura di un romanzo fu nel 1996, quando trovai la macchina da scrivere Remington di mio nonno Michele. Quello fu un incontro del destino: ero talmente affascinato che iniziai a scrivere il mio primo libro quasi senza rendermene conto.

 

  •   Chi ti ha supportato di più nella scrittura dei tuoi libri?

La mia famiglia, in primis. Papà Antonio, mamma Antonietta e mia sorella Esther. Qualche anno dopo è arrivata anche mia moglie Nadia, che attualmente supporta e sopporta la mia scrittura leggendo e correggendo le bozze. Devo però dire grazie a due colonne fondamentali della mia istruzione, i miei professori del liceo “Piero Calamandrei” di Ponticelli (Napoli): Angelo Andriuzzi e Luigi La Ragione. Senza il loro incoraggiamento forse non avrei avuto la forza di provarci per davvero.

 

  •   Che relazione hai con il tuo editore?

Santiago Maradei, fondatore di Bibliotheka Edizioni, è per me un faro. È stato il primo a credere in “Goodbye Irpinia”, ed è riuscito a fare un piccolo miracolo. Terminai la prima stesura del romanzo a gennaio 2019, e a maggio il libro era già pronto e sistemato, con correzioni, copertina e codice ISBN. Lui è italo-argentino, e anche parte della mia famiglia vive a Buenos Aires. Io poi tifo Napoli, e sappiamo bene calcisticamente quanto le due città siano legate. Insieme a Santiago, devo dire grazie anche a Cesare Paris, il pazientissimo e attentissimo editor che verifica ogni passaggio della mia scrittura, a Riccardo Brozzolo, l’art director che mette insieme pagina per pagina, a Gianluca Cherubini, l’addetto stampa che “diffonde il verbo”, e a Paolo Niutta, che realizza l’abito dei miei romanzi. Le splendide copertine sono opera sua.

 

  •   In quale momento e luogo ti senti più creativo e scrivi di più?

In generale, cerco di scrivere in ogni momento della mia giornata, tant’è vero che giro sempre con penna (rigorosamente stilografica) e taccuino. Il momento che preferisco di più e la sera, dopo cena, quando siamo sul divano insieme a mia moglie a gustarci serie tv thriller o poliziesche. Ma qualche volta mi capita di svegliarmi, nel cuore della notte, pungolato da qualche sogno particolare. Ed ecco che mi viene in soccorso il piccolo block notes che tengo sul comodino di fianco al letto.

 

  •   C’è un* scrittore/rice che ti ha spinto e ispirato alla scrittura?

Stephen King è colui da cui tutto è iniziato. Poi, nel corso degli anni, sono venuti Robert Crais e Dennis Lehanne. Ovviamente, non dimentico i classici, Manzoni e Dante in primis, che mi hanno dato un impulso pazzesco già dai tempi delle scuole medie.

 

  •   Quale messaggio vuoi passare con i tuoi libri?

In linea di massima, pur scrivendo storie thriller, mi ispiro tantissimo alla realtà. A diciott’anni iniziai a lavorare come giornalista, e continuo tutt’oggi, per cui ne ho viste e sentite tante: sono nato e vissuto a Napoli, oggi sono a Roma, ho girato il mondo.

 

  •   Hai già in mente un altro romanzo?

Sto scrivendo il mio terzo e ho già in mente il sequel di “Goodbye Irpinia”. Non solo: a breve darò alla luce un innovativo progetto letterario, qualcosa che finora non si era ancora visto. L’idea è partire da New York, ma per ora non aggiungo altro!

 

  •   Come concili la vita di scrittore con il tuo attuale lavoro di Ufficio Stampa per UIL ed editor per Patrimonio Italiano TV?

Dormendo poco, e non è un modo di dire! Divido la mia giornata sfruttando la mia proverbiale carenza di sonno e la mia attitudine a essere multitasking. Per fortuna, riesco a fare molte cose in poco tempo. Oltre che attività lavorative, queste per me sono passioni, per cui a fine giornata la stanchezza lascia il passo alla soddisfazione.

 

  •   Con quale passaggio da entrambi i libri vuoi salutarci?

La tag-line di “Goodbye Irpinia”, romanzo che ho dedicato a Montaguto, è: “Puoi provare a lasciare il paese ma è il paese che non ti lascerà mai”. In sostanza, credo che ognuno di noi porti sempre con sé la propria terra e non se ne separi mai. Di “Londra fermata per l’inferno” vi lascio un estratto sibillino: “Hatton Cross è la terzultima fermata della Piccadilly Line, dove una gelida notte del gennaio 1990 si verificò un tragico evento”. Toccherà a voi scoprire quale!

 

  •   PS a chi vuoi dedicare questa intervista?

Intanto a te, che mi hai dato questa splendida opportunità di raccontare la mia più grande passione. Poi al mio amico e collega Luigi Liberti, con cui condivido la passione per l’italianità nel mondo. All’amico Giuvan, titolare del bar Onda Cafè, la mia seconda casa a Roma e una delle ambientazioni del romanzo “Londra”. Infine, ed è la mia dedica più grande alla mia famiglia, che si sta allargando: a luglio infatti arriverà una baby Pilla, e io e mia moglie Nadia siamo al settimo cielo. Tra qualche anno avrò una lettrice in più!

 

 

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